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Utopie,
la quête de la société idéale en Occident, a cura di Lyam Tower
Sargent e Roland Schaer, Parigi , Bibliothèque National de
Fance/Fayard, 2000, pp. 368. Utopia, The Search for Ideal Society
in the Western World, New York, The New York Library/Oxford
University Press, 2000, pp. 386.
Un'incantevole Audrey Hepburn, nella deliziosa
commedia di Billy Wilder Sabrina, consigliava
all'affascinante Humphrey Bogart di procurarsi per la sua "prima
volta" a Parigi un po' di pioggia. Ed è proprio sotto il segno della
pioggia che si svolge questa cronaca di una singolare e
interessantissima mostra parigina: Utopie, la quête de la société
idéale en Occident (la mostra dopo essere stata ospitata dalla
Bibliothèque National di Parigi, dal 4 aprile al 9 luglio 2000, si è
spostata alla Public Library di New York dal 14 ottobre 2000 fino al
27 gennaio 2001). 7 luglio 2000, Parigi, piove, fa un freddo
terribile: raggiungere la mostra sembra pura utopia. Lo scenario del
resto è perfetto, Bibliothéque National de France nuova sede. Tra la
desolazione della periferia parigina improvvisamente si scorge un
cartello che indica la direzione da seguire per raggiungere la
Biblioteca, che ancora non si riesce neanche ad intravedere. Ma ecco
che, come all'Ulisse dantesco si mostra la montagna del Purgatorio,
appare l'edificio, pura epifania, mentre la tempesta sembra non
volerci dare pace. Io e la mia sventurata accompagnatrice ci
dirigiamo senza alcuna esitazione verso la zona adibita
all'esposizione: acciaio, vetro e scale mobili. La pioggia ed il
vento mettono a dura prova la nostra determinazione, ma ridiamo di
questo nostro "passaggio per acqua" per raggiungere la nostra "isola
utopica".Per riprenderci proviamo a raggiungere il bar, ma in questo
luogo, in cui il futuro sembra già presente, anche una cosa così
semplice diventa complessa. Infatti dopo una serie di porte
metalliche, vere e proprie barriere per chi vuole soddisfare i
propri bisogni primari, si arriva in una sala che è difficile
definire un bar, ma in cui pare si possa bere qualcosa di caldo.
Tutto è estraneo, un po' freddo, alla cassa però non può mancare una
cameriera italiana, che riconosce "le sue compatriote" e abbandonato
il suo francese impeccabile, inizia ad usare la nostra lingua. Per
un attimo ci sentiamo a casa: il calore del cappuccino ed il dolce
sorriso della cassiera che ci augura "buona giornata!"- frase
veramente utopica con la tempesta in corso.Attraversate ancora le
barriere metalliche ci si ritrova in un punto di snodo e poi di
nuovo in un largo corridoio, con una parete fatta solo di vetrate
che lascia vedere la pioggia che continua a cadere inesorabile.
L'ingresso della mostra ci attende quasi alla fine del lungo
corridoio. Dopo un breve colloquio, incomprensibile, con degli
uomini vestiti di blu, sulla possibilità di lasciare i nostri
ombrelli pieni di pioggia all'ingresso, riusciamo finalmente ad
entrare. Veniamo accolte in delle stanze dalle pareti blu - un
acquario - che ospitano la prima tappa di questo viaggio attraverso
il paese di Utopia: Le fonti
dell'utopia. Uno sguardo
all'indietro alla tradizione classica, ed al suo mito dell'età
dell'oro, e a quella biblica, dell'Eden perduto, prima di osservare
la nascita e lo sviluppo del genere letterario inaugurato e
battezzato dall'operetta eponima di Thomas More nel 1516. Dei
pannelli alle pareti illustrano il legame tra tali temi, classici e
biblici, e il nascere della letteratura utopica, in che modo ad essi
si ispirò e in che misura ne prese le distanze. Si possono ammirare
dei bellissimi manoscritti illustrati, nei quali le tinte sgargianti
rendono visibile la speranza ed il senso gioioso di questi
miti. Ed eccoci pronti a fare il secondo passo del nostro
itinerario: I mondi "altri", lo
sviluppo dell'immaginazione utopica da Thomas More al secolo dei
lumi. Raramente i non addetti
ai lavori osservano il libro, l'oggetto materiale, come qualcosa
degna di essere esposta in una mostra, eppure la possibilità di
ammirare le prime edizioni a stampa dell'operetta di More o de
La città del
sole di Campanella conquista
l'attenzione anche del visitatore inesperto. Questi testi, infatti,
come molti altri appartenenti a questo genere letterario, non si
limitano a descrivere il perfetto funzionamento di una città ideale,
ma spesso ne forniscono l'immagine visibile. Per rendere più
credibile il progetto sociale che la città, descritta tramite l'uso
delle parole, veicola, ci si affida al supporto delle
immagini. Passando alla terza fase dell'esposizione -
L'utopia nella storia. Dal tempo
delle rivoluzioni all'alba del XX secolo - il fondale cambia: pareti rosso acceso per
suggerire il labile confine tra utopia ed ideologia. Trovano spazio
in questa sezione i modi in cui l'immaginazione utopica influenzò la
propaganda rivoluzionaria nel XVIII secolo e da essa venne
riutilizzata. Si prova una certa commozione alla vista della
dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti redatta dalla mano di
Thomas Jefferson nel 1776 e della Dichiarazione dei diritti
dell'uomo e del cittadino del 1789 splendido prodotto della
rivoluzione francese. Largo spazio è riservato alle opere dei
socialisti utopisti, Owen, Fourier, Saint Simon e ai loro programmi
di riforma sociale originali e un po' folli, indirizzati a
rivoluzionare ogni aspetto della vita umana. Ed eccoci giunti
all'ultima tappa del nostro viaggio: Sogni e incubi. Utopia e anti-utopia nel XX secolo.
Il fondale cambia nuovamente
colore: bianco, colore neutro per suggerire le mille forme che
l'utopia ha assunto, nel bene e nel male, nell'ultimo secolo. Il
confine tra i progetti sociali, tratteggiati dall'utopia classica, e
l'inquadramento statalista dei regimi totalitari può apparire, a
volte, molto labile, il sogno può facilmente trasformarsi in incubo
(si pensi a 1984 di Orwell e a The Brave New World di Huxley). E questo incubo divenuto realtà viene posto sotto
gli occhi del visitatore, che può osservare le gigantografie della
gioventù tedesca: splendidi atleti "addestrati" a rendere visibile
il primato della razza ariana. Ma il XX secolo, non bisogna
dimenticarlo, è anche il secolo delle avanguardie che ebbero una
forte componente utopica. Interessantissima e suggestiva è la
sezione ad esse dedicata: si apre con il Manifesto del Futurismo di Marinetti e largo spazio è riservato ai costruttivisti
russi. Forse i visitatori della mostra non avevano mai riflettuto
sul valore utopico e rivoluzionario di Quadro nero su fondo bianco di Malevitch o de La
vittoria sul sole di Lissitzky
(forse non li avevano mai visti prima) ma ecco che subito si
comprende l'intento di chi li ha messi lì: futuristi e
costruttivisti meritano di essere inclusi tra gli utopisti del
Novecento, la loro ricerca di un'arte astratta libera dalla "peste"
dell'imitazione, forma pura, è forse la più grande utopia del
secolo. Quando ormai si pensa di essere giunti alla fine, si
iniziano a sentire le note di un motivo assai famoso: Imagine di John Lennon. L'ultima sala della mostra ci attende: una
piccola "scatola quadrata", la voce di John fa da colonna sonora
alle immagini, che scorrono sulla parete di fondo, del Maggio
parigino, dei figli dei fiori, delle manifestazioni femministe. Ed è
forse proprio questa capacità umana, un po' troppo spesso trascurata
e dimenticata: immaginare, che riassume il senso di tutta
l'esposizione. Rilanciare l'immaginazione, tramite l'utopia, sembra
la finalità di coloro che ci hanno preso per mano e condotto
attraverso questo itinerario di parole, immagini e perfino suoni,
che ha coinvolto i nostri sensi e la nostra mente. Un sorriso nasce
sulle nostre labbra perché troppo raramente capita di visitare
mostre che così arditamente e felicemente accostano e fanno
dialogare diversi linguaggi espressivi, speriamo che questa
esposizione dia coraggio a tutti coloro che sono convinti che il
confronto interdisciplinare sia la migliore via per comprendere
l'arte. Il viaggio attraverso il paese di Utopia è davvero
arrivato al termine, torniamo alla realtà: il temporale è ancora in
corso! Pensiamo alla romantica Audrey e vi suggeriamo per la vostra
"prima volta" a Parigi di procurarvi solo un po' di pioggia, ma di
stare attenti a non esagerare.
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