la "sismografia storica"
Sono noti i limiti metodologici e soggettivi della sismologia storica. Essi possono riassumersi nei seguenti:
1. Eventi tettonici ed eventi umani si svolgono secondo tempi le cui grandezze sono in minima parte
sovrapponibili. Perciò solo in via di grande approssimazione si può cercare di interpretare i primi alla luce
dei secondi.
2.  Il silenzio delle fonti non equivale al silenzio dell’attività sismogenetica. Dobbiamo ammettere in
via di principio che località di insediamento recente possano sorgere in aree sismiche anche se non
possediamo la documentazione di eventi sismici relativi a quelle aree.
3. Le fonti documentarie su cui si basa la sismologia storica sono in massima parte legate all’uso della
scrittura. Popoli che non conoscevano la scrittura e che non si sono autotestimoniati con questo
strumento possono essere stata vittime di eventi disastrosi senza che ne sia rimasto il ricordo materiale.
La medesima cosa può essere accaduta nelle aree marginali di civiltà che invece ne facevano uso (Italia inclusa).
4.  Nelle regioni abitate da popoli nomadi o da popoli stanziali che vivono in costruzioni di per sé sismoresistenti
(capanne, tende, case di bambù e simili) il disastro non si verifica e quindi l’evento non lascia traccia.
5. Per quanto possiamo avere la testimonianza di terremoti avvenuti fino a tremila anni orsono, quasi mai abbiamo
la possibilità di conoscere le caratteristiche dell’edilizia che fu coinvolta nel disastro (tipologie costruttive,
materiali impiegati, condizioni di usura) e quindi di definire oggettivamente le cause del crollo degli edifici.
Perciò, mancando questo dato essenziale, la descrizione del danno che le fonti ci forniscono, per quanto
accurata possa essere, non ci consente di risalire alla definizione  dell’intensità o meno che mai della magnitudo
del sisma se non in misura ampiamente aleatoria.
6.  Anche in terremoti recenti, perfino davanti a riproduzioni fotografiche, rimane difficile distinguere il danno
dovuto al sisma da quello dovuto agli interventi successivi (soccorso, messa in sicurezza).
7. In alcune fonti il danno può essere viceversa esaltato dalle fonti per ragioni amministrative, essendo legato
alla possibilità di ottenere aiuti e rimborsi (in alcuni piccoli paesi, dove il parroco era l’unica persona che sapeva
scrivere, abbiamo verificato situazioni curiose: sembrerebbe che le isosisme di valore più elevato dovessero
passare tutte attraverso le canoniche).
La sismologia storica ha dunque offerto un notevolissimo ausilio alla mappatura delle aree sismogenetiche e, quando le fonti
lo consentivano, alla documentazione più raffinata di specifici eventi. Unita ad altre discipline ha contribuito a creare un’aspettativa
dell’evento nelle aree a rischio sismico ed ha quindi consentito di ampliare i margini della previsione, della messa in sicurezza, della
prevenzione. Probabilmente è stata sovrastimata quanto alla capacità di quantificare, località per località, l’intensità o addirittura
la magnitudo dei terremoti storici. Infine, per quanto fondamentale quando ci si muove a scala macrosismica, la sismologia storica
si rivela insufficiente o inadeguata quando si scende a scala di progetto (fra 1:100 a 1:500), ossia a quell’ordine di grandezza che
interessa all’ingegneria sismica sia per costruire il nuovo sia per mettere in sicurezza l’edificato esistente.
Per queste ragioni abbiamo ritenuto utile affiancare alla sismologia storica una diversa ma complementare metodologia che abbiamo
definito "sismografia storica". In aree di antico insediamento dove il terremoto è endemico e avvertito come tale dalle popolazioni,
noi possiamo considerare (convenzionalmente) ogni edificio come se fosse il sismogramma di se stesso, nel senso che esso può
recare traccia nelle sue murature dei danni sismici eventuali, degli accorgimenti messi in atto per prevenirli, delle riparazioni, della resistenza
delle riparazioni ad altri sismi successivi e così via. La sismografia storica si muove dunque in direzione inversa rispetto alla sismologia storica,
partendo dal singolo edificio per tendere al sistema macrosismico. Essa perciò si lega più direttamente con la scala di progetto, soprattutto
quando si tratta di intervenire sull’edificato esistente (in Italia, come è noto, circa il 70% dell’edificato può essere considerato "storico").
La sismografia storica, per offrire un contributo all’ampliamento delle conoscenze nel campo della sismologia, deve però basarsi su
un archivio di immagini. Qui cominciamo a costruirlo e a presentarlo agli studiosi e agli operatori che si occupano del fenomeno.
L’area compresa nella ricerca (Garfagnana e Lunigiana) offre due vantaggi che cerchiamo di mettere a frutto: l’indubbia e avvertita sismicità;
il fatto che, forse proprio per ragioni di immediata lettura del danno eventuale, la massima parte degli edifici sia sprovvista d’intonaco.
Il materiale che presentiamo è organizzato per località e per categorie (incrociabili fra loro). Le categorie costituiscono una prima chiave
di interpretazione ma in questa sede sono funzionali soprattutto alla consultazione del data base. Le prime deduzioni che abbiamo cominciato
a darne saranno rese note in un volume di prossima pubblicazione.
Piero Pierotti